Scienza e Curiosità - Prodotti del degrado sul monumento

Le prime forme di degrado che si notano sul Tempio di Antonino e Faustina sono quelle presenti sui fregi.

Qui si può ipotizzare una duplice forma di degrado, in quanto i fregi sono ricoperti da tettoie solo per una piccola parte, perciò risultano essere soggetti alla deposizione delle particelle presenti nell’atmosfera ed all’azione dilavante della pioggia.

Spesso è proprio l’acqua percolante a causare i maggiori danni.



Il colore scuro è dovuto alla presenza, in soluzione nell’acqua piovana, di anidride solforosa, molto presente poiché il monumento si trova in una delle aree più trafficate della città, la quale, disciolta, reagisce con il calcare del marmo andando a provocare queste antiestetiche tracce nere.

L’abaco dei capitelli delle colonne risulta essere mancante delle parti esterne più sporgenti. Le cause potrebbero essere: presenza di zone di discontinuità che con il peso dell’architrave sovrastante hanno ceduto; contrasto di tenacità tra il materiale costituente l’architrave e quello costituente i capitelli: probabilmente il secondo, utilizzato per parti ornate, risulta essere più tenero del primo, che invece costituisce un elemento strutturale portante.

Le colonne in marmo cipollino sono interessate da un’accentuata scagliazione a cipolla, tipica di questo materiale; trattandosi di roccia metamorfica, potrebbe essere accentuata dal differente comportamento, ed in particolare dal differente coefficiente di dilatazione termica dei minerali che la compongono. Inoltre questo processo determina dei percorsi particolari che può compiere l’acqua tra una scaglia e l’altra, andando in questo modo a depositare soluzioni in essa contenute. Anche l’errata messa in opera delle colonne, senza tenere in considerazione le tracce di “stratificazione”, può determinare l’esfoliazione, dovuta al carico del materiale sovrastante.

Il colonnato poggia su un ampio basamento in peperino. A causa della diversa natura dei materiali, della diversa tessitura, della diversa risposta meccanica che il peperino (roccia vulcanica) offre ad un carico come quello delle colonne in marmo cipollino, il destino dell’intera struttura è quello di un lento, ma inevitabile cedimento.

Nella facciata l’architrave è doppia in quanto la parte superiore è stata aggiunta dopo la morte dell’imperatore Antonino Pio.
I due elementi sono stati collegati architettonicamente da una cornice sporgente verso l’esterno. Tutto è interessato da una patina scura posta sopra la superficie e all’interno delle lettere dell’iscrizione. Potrebbe trattarsi di crosta nera, in quanto, alcune piccole parti risultano essersi distaccate, fenomeno finale dell’azione deteriorante tipica di questa forma di degrado.

Qui sembra possibile che i capitelli abbiano subito un processo di restauro solo sul lato che offrono al pubblico, infatti, internamente sono ancora scuri e deteriorati. Uno di essi, inoltre, è stato ancorato alla struttura grazie a due anelli di ferro. Questi, però, una volta messi in opera, hanno comportato alcuni fenomeni: il ferro risponde in maniera diversa ai cambiamenti di temperatura, poiché ha un coefficiente di dilatazione differente rispetto al materiale con cui è direttamente a contatto, dilatandosi provoca degli stress tra il metallo e i minerali del calcare; inoltre, durante la stagione piovosa, gli ossidi di ferro entrano in soluzione nell’acqua piovana, e precipitando, vanno a formare quelle antiestetiche tracce di scolatura.

Proposte di interventi per le croste nere

Proposte di interventi per le croste nere
Per trattare il materiale in modo appropriato è necessario innanzitutto distinguere tra la patina del tempo, che gli dà l’aspetto caratteristico, e i depositi superficiali di polvere e sporco, derivanti da sostanze di origine naturale o da fontiinquinanti.

La patina del tempo è il risultato di lente trasformazioni che ha subito la superficie del manufatto a causa dell’esposizione prolungata agli agenti atmosferici. La patina del tempo va conservata durante gli interventi di pulitura, mentre le croste nere d’alterazione, contenenti prodotti di neo-formazione, formatisi sia per interazione del materiale costituente la pietra, sia per deposito dall’atmosfera, sia per migrazione da altre zone del manufatto, costituiscono fattori di instabilità per la conservazione della superficie della pietra e, come tali, devono essere rimossi per evitare ulteriori danni.

Se le croste nere sono di recente formazione sarà sufficiente un lavaggio accurato; se si tratta, invece, di depositi fortemente aderenti, che perciòpresentano una consistenza assimilabile a quella del cemento, sono asportabili o meccanicamente o con il metodo della sabbiatura a secco.
In particolare, nel Tempio di Antonino e Faustina, abbiamo rocce carbonatiche, per cui la crosta si forma per azione degli ossidi di zolfo (esistenti in aree inquinate), in presenza di umidità, che interagiscono con il carbonato di calcio della roccia trasformandola in gesso. Tale processo può proseguire a lungo in atmosfere inquinanti causando un ispessimento della crosta.

Questo intervento deve sempre essere seguito da un ulteriore processo di levigatura, in quanto esso porta ad una accentuazione della scabrosità del materiale, e lo rende più attaccabile dagli agenti atmosferici.
Il metodo della pulitura con sabbiatura a secco si basa sull’emissione di sabbie in pressione che, colpendo il manufatto, ne asporta la parte più superficiale, cioè i depositi polverulenti e le croste. Questo metodo è però poco controllabile in quanto esiste il rischio che, oltre alle croste e ai depositi, venga asportata anche una parte del materiale sano, con conseguente erosione del manufatto.

Per le strutture monumentali si preferisce il metodo della microsabbiatura. Si ottiene, in questo modo, un’azione erosiva molto ridotta perché si utilizzano granulometrie più sottili e polveri abrasive di durezza inferiore (si usano ossidi di alluminio al posto del quarzo). Per trattare i capitelli e le basi delle colonne si potrebbe ricorrere all’utilizzo di raggi laser. Questi vengono impiegati proprio per la rimozione delle croste nere su pietre bianche o comunque chiare. Per il travertino potrebbero essere utilizzati dei solventi di tipo non reattivo che riescono a selezionare le sostanze indipendentemente dall’abilità dell’operatore.

Per pulire le macchie di ruggine causate dall’utilizzo di lastre di ferro contenitive, si agisce in maniera del tutto diversa da come si agisce in presenza di croste nere, in quanto l’alterazione è intimamente connessa con i cristallini che costituiscono la materia. Per fare questo bisogna agire con un agente complessante, cioè una sostanza che reagisca con il pigmento che ha macchiato la materia e che dà luogo ad un prodotto stabile e solubile. Purtroppo, però, i reagenti, attualmente usati allo scopo, reagiscono più o meno con il substrato, soprattutto se questi è di tipo calcareo.

Scritto da: Darica Paradiso

"IL CERCAPIETRE" 2006 - N. 1 - 2
Notiziario del G.M.R.
Edizione fuori commercio
Aut. Trib. Roma n° 490/2001 del 6/11/2001

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