Articoli - Architettura del Tempio di Antonino e Faustina

Il tempio è esastilo (con sei colonne sul lato frontale), con l’aggiunta di 2 colonne ai fianchi del portico. La cella ha mura di peperino, un tempo ricoperte di marmo; ne rimane conservato, in alto, il fregio rappresentante grifoni raggruppati intorno a candelabri.
Sotto Urbano V (1362-1370) una parte della cella venne distrutta con lo scopo di ricavarne materiali per il restauro del palazzo lateranense. La forma presente (col timpano barocco) fu data alla chiesa durante il restauro compiuto al tempo di Paolo V nel 1602.

L’edificio è su un alto podio in blocchi di peperino, preceduto da una scalinata, della quale sono rimasti intatti, partendo dal basso, solo i primi tre gradini, i rimanenti sono stati ricostruiti recentemente in mattoni. Al centro della scalinata c’è un altare che, probabilmente, in passato veniva utilizzato per riti religiosi compiuti alla presenza del popolo.
La fronte dell’edificio mostra 6 colonne monolitiche di marmo cipollino alte 17 metri, di 1,45 metri di diametro, con capitelli di ordine corinzio in marmo bianco. Le colonne, lungo la circonferenza, presentano dei profondi solchi: presumibilmente, delle corde o delle catene sono state avvolte lì nel tentativo di abbattere il pronao del tempio da parte di zelanti cristiani allo scopo di demolire il santuario pagano, o semplicemente per riutilizzare il materiale. Le scanalature sono derivate dallosfregamento delle corde per i ripetuti tentativi fatti per rovesciare le colonne. Un’altra spiegazione potrebbe essere l’utilizzo di corde per il posizionamento, nel XIV secolo, di un tetto provvisorio sopra la costruzione.
La rimanente parte del tempio è stata convertita nella chiesa di San Lorenzo nel VII o VIII secolo. Il frontone barocco, posto al di là del colonnato, fa parte della chiesa.
La facciata della chiesa è in laterizio con un grande timpano spezzato a sesti curvi.

Descrizione dei materiali lapidei in opera

Descrizione dei materiali lapidei in opera
I principali materiali lapidei in opera sono: marmo cipollino, peperino, travertino e marmo bianco.

Marmo cipollino

Prende questo nome per le caratteristiche venature. E’ una roccia metamorfica definita dal punto di vista geologico: calcescisto verde (che deriva dal metamorfismo dei calcari argillosi). Molto conosciuto e utilizzato presso i Romani nella varietà sia ondulata sia pian-parallela.

Si presenta di colore grigio-verde, con grana fine e scistosità accentuata. La sua composizione tipica è: calcite, mica e quarzo (scarso); la tessitura è scistosa.Offre la possibilità a dividersi in lastre sottili secondo piani subparalleli. La scistosità è il prodotto della pressione orientata ed è marcata dalla disposizione dei minerali di forma allungata, fibrosa, lamellare (miche).

La sua genesi è dovuta al metamorfismo dinamo-termico regionale: causato dall'aumento di pressione in prossimità di zone di frattura o di faglia (aree tettoniche), dove i movimenti orogenetici provocano aumenti generalizzati di temperatura e pressione interessando grandi estensioni di rocce (decine, fino a centinaia di chilometri).
Il marmo cipollino fa parte della facies a scisti verdi, caratterizzata da temperature comprese fra 400 e 550°C, e pressioni fra 3000 e 8000 atmosfere, pressione orientata prevalente.

I diversi siti estrattivi, da cui si ricavava il Marmor Carystium (ribattezzato “cipollino” dai marmorari romani in epoca moderna), erano situati prevalentemente nell’Eubea meridionale, tra Styra e Karystos (Grecia). Il distretto più conosciuto è quello di Kylindroi, presso Karystos, dove ancora oggi giacciono colonne gigantesche semirifinite simili per dimensioni a quelle utilizzate per il Tempio di Antonino e Faustina.

Questo materiale veniva utilizzato prevalentemente per colonne, lastre che servivano per ornare pareti e pavimenti ed eccezionalmente anche in opere scultoree, come il coccodrillo rinvenuto presso Villa Adriana.

Travertino

Gli Antichi chiamavano tale roccia Lapis Tiburtinus. Essa si formava per precipitazione chimica delle acque albule di Tivoli. Durante i secoli queste acque hanno accumulato potentissimi spessori vicino al fiume Aniene e proprio qui i Romani iniziarono un’imponente attività estrattiva che dura ancora oggi.
Data la formazione di tipo subaereo – continentale, il travertino ha delle caratteristiche estetiche diverse a seconda della località dove si è formato.

Il colore predominante è il bianco, ma spesso si trovano sfumature giallognole, grigie, marrone tendente al ruggine. Inoltre può essere più o meno poroso o compatto, proprio per questo è stato usato in vari modi dai Romani.

Le cave più antiche che si conoscono si trovano presso Tivoli: in particolare in località “Cave delle Caprine” ne veniva cavato una varietà avente una colorazione bianco–giallognola, la quale determinò per un certo tempo la denominazione di marmo giallo di Tivoli; mentre presso “Cave delle Fosse” e presso i “Piani di San Clemente” il travertino è bianco, poroso e poco compatto. Il materiale estratto da quest’ultima cava è stato usato da Bernini per il colonnato di San Pietro. Un’altra cava abbondantemente utilizzata era quella situata nelle vicinanze di Varco (in provincia di Rieti), dove veniva estratto un travertino molto duro e compatto, abbondantemente utilizzato durante l’Impero Romano (Giardini e Colasante, 1983).
Il Lapis Tiburtinus è una roccia salda, compatta e resistente alle alterazioni atmosferiche, come dimostrato dall’utilizzo che ne è stato fatto, per esempio,nell’Anfiteatro Flavio ed al Teatro Marcello. Fu celebrato dal poeta Vitruvio come materiale resistente a tutto, ma non al fuoco perché quando esso penetra all’interno dei pori riscalda l’aria ivi contenuta ed essa, dilatandosi, ne provoca la frantumazione.

Peperino

Il peperino è una roccia di origine vulcanica costituita da ceneri, lapilli e frammenti litoidi di varie dimensioni, e di origine diversa, sia magmatica che sedimentaria. Prende questo nome,perché i piccoli elementi micacei sulla pasta di fondo grigia, ricordano i grani del pepe. Si trova abbondantemente sui Colli Albani da cui deriva il nome di Lapis Albanus. Le popolazioni lo estraevano da cave presso la antica porta di Albano e presso il castello di Marino.
Di questa roccia ne è stato fatto un importante uso come pietra da taglio, per decorazioni e per fondamenta.

Durante il Medioevo era utilizzato per i gradini delle scale e per le fontane. Questo materiale si altera molto facilmente per effetto dell’umidità, infatti tutti gli edifici antichi edificati con questa roccia risultano essere particolarmente segnati dall’azione del tempo.

Articoli correlati

ENTRA - REGISTRATI

PROSSIMI EVENTI

ULTIME NEWS
27/07/2010
Picture Stones
26/07/2010
PWI Premio Web Italia 2010
Minerali.it anche su Facebook