Origine della parola gemma
Una rubrica destinata a spiegare i nomi che le diverse gemme hanno avuto nel tempo non può non cominciare se non col nome stesso di
gemma.
È chiaro a tutti, infatti, che cosa s’intenda per
pietra preziosa. È una sostanza solida molto costosa, o meglio: un minerale che ha un elevato valore venale. È altrettanto chiaro a tutti che cosa sia una pietra semipreziosa: è un oggetto che costa meno del precedente.
Non a tutti è chiaro, però, che il minor valore che ha è dovuto al fatto che non è più un minerale (cioè di un corpo omogeneo dotato di proprietà fisiche ben precise, tra cui dominano per importanza quelle connesse con la trasmissione della luce, quindi colore e lucentezza), ma di una
roccia, che è disomogenea: o perché è composta da tanti minerali diversi, oppure perché, pur se composta da un solo
minerale, non è più omogenea nelle sue proprietà, essendo questo minerale disperso in tanti granuli piccoli che sono tra loro a contatto, ma non in continuità ottica; in altri termini: la luce nel passare dentro di loro o risulta dispersa oppure non li attraversa del tutto.
Un esempio illustrerà al meglio questa fondamentale differenza di comportamento.
Nessuno mette in dubbio che il
diamante è una
pietra preziosa, ma pochi sanno che ci sono diamanti e diamanti, molto diversi tra loro, di cui pochi sono adatti ad essere usati come
gemma.
Un
brillante è un unico cristallo di diamante tagliato, attraverso il quale la luce passa perfettamente e ciò fa in modo che esso ci appaia trasparentissimo e incolore (in genere, ma ci sono anche diamanti colorati che stanno diventando sempre più di moda in gioielleria). Il
carbonado, invece, è anch’esso
diamante, ma in cristalli piccolissimi orientati in modo diverso tra loro: non lascia passare la luce, anzi la disperde, e così appare nero in massa, pur essendo ogni singolo granuletto incolore: il risultato non è piacevole a vedersi, tanto è vero che il carbonado, nero e opaco, è spesso stato confuso con la
grafite, pur essendo molto più duro di questa.
In conclusione, si tratta sempre dello stesso minerale, ma il
diamante in cristalli è una
gemma (un brillante di 1 carato può valere 5000 € e più) e il carbonado è un materiale industriale (non si vende in carati, ma in grammi e 1 g non vale altro che 50 €).
Se il concetto di
pietra preziosa è chiaro, ora, quando e perché si è sentito il bisogno di una parola alternativa,
gemma, che anzi domina adesso nella mente di tutti? Gemma è una parola che l’italiano ha ereditato dal latino e che il latino ha tratto dal linguaggio parlato dai primi uomini, indoeuropei, penetrati in Europa circa 40.000 anni fa.
Non che questi sapessero che cosa fosse una gemma. Avevano però già un’idea dell’uso delle pietre per decorarsi, ma si trattava di pietre comuni: ne fanno fede le sepolture trovate nelle steppe della
Russia centrale, in particolare quella di
Sungir, un villaggio vicino a
Vladimir.
Lo scheletro di un adulto sepolto 28.000 anni fa, riccamente decorato con un manto di perline d’osso e con gioielli di avorio di mammut, ha attorno al collo un pendente tondo e piatto di una pietra scistosa, tinto di rosso (ocra?) e con un punto in nero (carbone?) dipinto su un lato: è chiaramente un gioiello, la cui pietra è di poco valore, ma che era certamente stata messa lì per essere esibita. Questo scisto, quindi, è davvero una gemma, nel senso che noi diamo ora a questa parola: non è il valore che la rende pregiata, ma l’effetto che fa su chi la vede. È proprio questo il valore aggiunto nel nome gemma rispetto a una pietra preziosa: è un oggetto che colpisce l’osservatore, tanto di più se brilla o mostra un colore vivace, e che attrae l’attenzione.
Si capisce allora facilmente la derivazione del nome di
gemma, che tanto in italiano quanto in latino fa riferimento ai
germogli che spuntano sulle piante in primavera e che le abbelliscono fino a tramutarsi in fiori. Qualcuno va più in là e propone un’etimologia ancor più elegante.
Marbodo vescovo di
Rennes (Francia), che nel Medioevo (più precisamente negli anni 1060-80) scrisse un poema in cui descrive le 60 gemme allora conosciute, propone che derivi dalla
gomma.
Ma che cos’era allora la gomma, dato che il materiale che chiamiamo ora così arrivò in Europa nel Cinquecento dalle isole della Sonda?
Era la
linfa del
lentisco, che veniva fatta sgocciolare sui rami della pianta e che brilla, limpida e chiara, molto di più della resina dei pini!
Dunque, come che sia, è sempre il brillare che fa la gemma! Ed è questa la caratteristica che le dà valore, perché attira l’attenzione! Sarà poi la moda a far prevalere una gemma piuttosto che un’altra presso i clienti: la
gemma più pregiata fu prima il
rubino, poi lo
zaffiro, poi lo
smeraldo, sempre legati in
oro (il metallo del sole, che brilla) e infine, solo da alcuni secoli, il
diamante, l’attuale re delle gemme, che non ama l’oro giallo, ma si associa benissimo al
platino e all’
oro bianco.
E le altre gemme che sono ora in uso?
Brillano anche loro, ma l’attuale moda non le valorizza abbastanza e quindi restano in secondo piano rispetto alle quattro gemme fondamentali, anche se sono state pregiate in passato e costano alquanto anche adesso.
Scritto da: Annibale Mottana
Tratto da: Rivista Gemmologica Italiana 1/2007