Sáppheiros (si pronuncia záffiros) è il nome greco di questa gemma ed è derivato da un termine semitico testimoniato nelle tavolette cuneiformi accadiche del 2500 ca. a.C. Il termine è letto sapāru (oppure sepēru), che vuol dire splendere ed è messo in collegamento con l’ebraico biblico šefirā = ornamento.
Ma la gemma che allora era chiamata così non è il nostro zaffiro: è il lapislazzuli, che era già noto agli uomini dal VII millennio a.C. (come testimoniano scavi archeologici effettuati in Afghanistan, prima degli eventi che hanno trascinato nel caos questo paese). Abbiamo le prove archeologiche che il lapislazzuli da lì era trasportato fino in Mesopotamia (nella località Tepe Gawra) già nel 3700-3600 a.C.
A quell’epoca però il nome con cui questa pietra vivacemente azzurra era conosciuta era diverso: nelle tavolette sumere che ne parlano (anche se meno antiche: ca. 2800 a.C.) la parola è letta aZA-GIN, con un suono che la lingua accadica non ha poi ripreso, ma che trova assonanza con quello che in greco indica il colore blu: kýanos, da cui il nostro ciano, che è un colore blu rossastro.
Lo
zaffiro propriamente detto (
corindone azzurro) era già conosciuto dagli antichi, fin da tempi immemorabili.
Era importato dall’
India, che allora era un paese quasi favoloso situato a est dei deserti della
Persia. Proveniva, quindi, o da
Ceylon o dal
Kashmir, dove si trovano ancora oggi gli zaffiri più belli.
Ne abbiamo numerose testimonianze in gioielli archeologici, babilonesi, egiziani, greci, romani e anche medievali. Ci sono zaffiri nella corona di
Teodolinda, nell’altare di
Volvinio; è di zaffiro il talismano di
Carlo Magno: sono sempre zaffiri trasparenti, non tagliati ma lucidati, di un colore azzurro piuttosto chiaro, ben diverso dall’azzurro intenso del lapislazzuli che, oltre tutto, è sempre opaco.
Sono di
lapislazzuli, invece, tantissime pietre piatte con incisioni e rilievi, trovate nelle tombe romane oppure decoranti calici e patene medievali. Francamente, non si capisce come lo stesso nome potesse essere usato per due pietre così diverse!
Quando, allora, è avvenuto il cambiamento di significato che ha fatto sì che quello che era anche lui
chiamato
zaffiro, vale a dire il lapislazzuli, non lo fosse più e che un’altra gemma, il corindone azzurro colorato da impurezze di titanio e di ferro, abbia assunto questo nome in maniera esclusiva, costringendo gli amatori a trovarne poi un altro per la pietra originale?
Per rispondere a questa domanda non basta ricorrere a documenti storici scritti, perché il quesito è di carattere semantico e non può essere risolto solamente sulla base di descrizioni: bisogna ricorrere a verificare il nome dato a oggetti concreti.
L’oggetto storico più antico per il quale sia stato usato continuativamente il nome zaffiro è lo
“Zaffiro di Sant’Edoardo” (St. Edward’s sapphire), che attualmente figura al centro della
croce di Malta alla sommità della corona inglese (Imperial State Crown). Questa corona è stata montata e smontata più volte nel secolo scorso per adattarla alla testa dei diversi sovrani e per inserirvi i nuovi diamanti sudafricani, ma la sua struttura essenziale è ancora quella del 1838, e lo Zaffiro di Sant’Edoardo è sempre rimasto intatto al suo posto: al centro dei 122 brillanti che abbelliscono la croce di Malta che ne rappresenta la parte più alta.
Secondo la tradizione, lo zaffiro sarebbe appartenuto a
Edoardo il Confessore,
re anglosassone d’Inghilterra (nato ca. 1003 e re dal 1042 al 1066) e sarebbe stata tagliato à cabochon e montato in un anello, che fu sepolto col sovrano. Quando egli fu santificato (XII sec.), la sua tomba fu aperta e l’anello tolto dal dito del suo scheletro e trasferito nell’abbazia di Westminster. Soppressa questa da Enrico VIII, passò di proprietà del re. Fu tagliato a rosa probabilmente nel 1600, all’epoca di Carlo II, e utilizzato poi in vari gioielli prima di finire sulla corona.
Dunque, la gemma zaffiro così come ora l’intendiamo noi ha mantenuto il suo nome da quando, in epoca medievale, si rese necessario un riordino della nomenclatura delle pietre azzurre, dopo la scoperta, nel Puy-de-Dôme in Francia, poco prima del 1250, di corindone azzurro al quale fu dato appunto il nome di zaffiro (saphirus de Podio).
Questi zaffiri erano bruttini, perché di colore più chiaro del lapislazzuli e spesso in parte biancastri, ma erano più duri e, soprattutto, erano trasparenti e limpidi. Questa caratteristica era tutt’altro che trascurabile in quell’epoca, quando incominciava a verificarsi un cambiamento fondamentale nel gusto dei ricchi per le gemme: dal colore, che aveva dominato fino a quel momento, alla trasparenza, spesso combinata con la lucentezza.
Questo cambiamento di gusto porterà a fare del diamante (opportunamente reso più lucente dal taglio a brillante) la gemma più pregiata, a spese proprio dello zaffiro e del rubino, cioè delle due varietà colorate del corindone.
Dall’antichità abbiamo ereditato la nostra passione per quattro colori fondamentali: il rosso del fuoco, l’azzurro del cielo, il verde dell’erba, l’incolore dell’acqua, tutti da combinare con il giallo, che è il colore dell’oro – il primo metallo conosciuto dall’uomo e il primo che è servito per incassare le gemme e renderle più appariscenti.
Ma, se i colori sono rimasti gli stessi, sono cambiate le pietre che ne rappresentano la espressione materiale. Per parlare solo dell’azzurro (per ora), siamo passati dal considerare lo zaffiro di adesso più pregiato del lapislazzuli, cioè dello zaffiro di prima, ed anzi gli è stato scippato il nome, costringendo tutti a trovarne uno nuovo.
Quale nuovo nome toccò, dunque, al lapislazzuli?
Sulle prime gli fu dato il nome arabo di “
zamech”, quando in Europa dominava la cultura araba (secoli XI-XIII), poi quello di “
zaffiro orientale” (ovviamente per distinguerlo da quello occidentale, cioè de Podio), ma alla fine prevalse lapislazzuli (
lapis lazuli = pietra dell’azzurro), perché la concorrenza con il corindone azzurro ne aveva talmente limitato l’uso come gemma da far sì che il materiale proveniente dall’oriente era scaduto di valore al punto da non entrare più nei gioielli e da essere diventato un semplice pigmento colorante azzurro (azurium) nelle pitture di qualità.
A ridurne il pregio come gemma, benché il suo colore sia molto più intenso di quello del miglior corindone, contribuì sicuramente il fatto che il lapislazzuli non è mai trasparente, né è suscettibile di sfaccettatura, ma solo di levigatura e d’intaglio.
Il
corindone però è molto
duro e, soprattutto, quando è polverizzato diventa bianco; il lapislazzuli rimane azzurro, se non è macinato troppo fine. Ecco allora che l’oltramarino, cioè il lapislazzuli da usare per gli affreschi, divenne sinonimo di pigmento azzurro, e lo zaffiro rimase la sola gemma azzurra di questo nome.
Leggi scheda:
Zaffiro
Scritto da: Annibale Mottana
Tratto da: Rivista Gemmologica Italiana 2/2007