I linguisti hanno sviluppato
due teorie molto complicate, che portano entrambe al
verbo brillare, di cui brillante è un participio, prima trasformato in aggettivo e poi sostantivato, cioè trasformato in un nome. La prima teoria mette in relazione “
brillare” con
beryllus, il nome latino del nostro berillo che – secondo i linguisti – sarebbe la pietra lucente che mostra i giochi di luce ai quali si collega mentalmente la
brillantezza.
Questi linguisti probabilmente non sanno che il 99% dei berilli è bianco e opaco, tanto da brillare molto poco, e che la goshenite (il raro berillo incolore e trasparente, ma sicuramente non esattamente brillante perché ha una lucentezza inferiore a quella del quarzo) è stata trovata e descritta per la prima volta nel
1844 (a Goshen, Massachussets, U.S.A.), quando già da quasi due secoli si parlava comunemente di brillante per indicare il diamante sfaccettato. La seconda teoria fa derivare brillante da una parola francese che esprime la lucentezza di un tipo di stoffa di seta usata nel Rinascimento.
Io lascio queste etimologie a chi le studia e mi limito a verificare quello che si applica meglio alla
gemmologia. Il termine brillante era diffuso in tutte le lingue principali d’Europa da ben prima che i linguisti cercassero di spiegarlo. Pare (ma la cosa è tutt’altro che certa, perché i vocabolari sono sempre restii a fare riferimenti ai minerali) che i primi diamanti sfaccettati ai quali sia stato dato il nome di brillante siano state le 12 gemme fatte tagliare secondo le indicazioni del cardinale
Giulio Mazzarino (
ca. 1650) e da lui donate al re di Francia.
Il taglio cosiddetto
Mazzarino è un taglio piuttosto tozzo, a
16 faccette, ma aveva già le due caratteristiche fondamentali che valorizzano il diamante facendolo brillare: una tavola nella parte superiore, da cui entra la luce, e una serie di faccette inclinate nella parte inferiore (il padiglione) che riflettono e disperdono la luce prima di inviarla di nuovo alla tavola e farla uscire con tutto il suo fuoco.
Pochi anni dopo (
ca. 1665) un tagliatore veneziano,
Vincenzo Peruzzi, perfezionava questo taglio e lo portava a
32 faccette regolarmente distribuite: il cosiddetto “taglio triplo”. Da qui al brillante “taglio vecchio” con 56 faccette, al “
taglio nuovo” con
57, e poi via via fino ai tagli moderni che arrivano ad avere perfino
144 faccette, la strada era spianata. Ed era spianata anche la sostituzione del nome brillante al nome diamante per indicare la gemma valorizzata dalla sfaccettatura in contrapposizione a quella rimasta grezza.
Trasparenza, quindi, e brillanza sono le due caratteristiche che fanno il pregio di questa gemma, o forse ... lo facevano! Da un quarto di secolo la politica delle
4C imposta dalla
De Beers non funziona più e i diamanti colorati, grazie agli australiani, sono tornati in voga.
Essi arricchiscono col loro colore il brillio del re delle pietre e veramente fanno del diamante un oggetto per sempre!
Ma è proprio vero?
Non è che i recenti, ingentissimi ritrovamenti di diamanti in tutti i continenti possano portare ad una saturazione del mercato e ad un crollo dei valori?
Leggi scheda:
Diamante
Scritto da: Annibale Mottana
Tratto da: Rivista Gemmologica Italiana 4/2007