Scienza e Curiosità - Il termine "rubino"

Tra i nomi delle gemme più importanti, rubino, quello che descrive la gemma rossa, è di gran lunga il più recente.
I greci, infatti, chiamavano tutte le gemme rosse ántrax e i romani carbunculus, due termini che significano entrambi tizzone oppure carbone, ovviamente acceso. Rubino, invece, è un termine che compare nel Medioevo, prima in latino (rubinus, che ne richiama il colore rubeus = rosso), alla metà dell’undicesimo secolo, e poi in italiano. Il primo che lo usa, nel sonetto XI, è anche il nostro primissimo poeta: Giacomo da Lentini (attivo tra 1233 e 1250).
Nel Medioevo, però, la maggior parte dei rubini e, più in generale, delle gemme rosse d’alto valore erano spinelli rossi: quelli che si chiamano “balasci”. Anche questo nome è molto antico: deriva da balakhsh, che nel dialetto iranico locale è una variante di Badakh, cioè abitante del Badakhshan  in Afghanistan. In quella zona ci trovavano notevoli miniere di spinello rosso, che Marco Polo aveva visitato già nel 1250 (Milione, cap. 46).

Questo termine sta ora sparendo dall’uso, così come sta sparendo dal commercio delle pietre preziose lo spinello, sia perché offuscato dal corindone rosso, che è ora incontestabilmente la gemma cui si applica il nome di rubino, sia perché è troppo facile da sintetizzare, col risultato che i falsi hanno reso sospetti anche gli spinelli veri e ne rendono difficile la commercializzazione.

Eppure, la Birmania (Myan Mar) continua a sfornare splendidi spinelli rossi, limpidi e omogenei, anche di notevoli dimensioni, il cui valore è ora sproporzionatamente basso rispetto alla bellezza.
C’è dunque da porsi ora un problema: quando, nel Medioevo, si è cominciato a chiamare rubino il corindone rosso e a differenziarlo dalle altre gemme rosse? Quando il corindone e lo spinello rossi (ed anche i granati rossi, fino ad allora comunissimi) hanno cominciato ad essere differenziati tra loro in modo che al solo corindone restasse attaccato il nome rubino? Questo processo di affinamento delle conoscenze gemmologiche era già concluso all’inizio del Seicento, ma quando ha avuto inizio?

Il “rubino” più antico che si è sempre chiamato così e di cui si conosce bene tutta la storia è il “rubino del Principe Nero” (Black Prince’s ruby) conservato nel tesoro inglese.
La sua prima citazione è del 1366: fu allora che il re di Castiglia Pietro il Crudele se ne impossessò assassinando Abu Said, re arabo di Granada. Pietro, nel 1367,  lo donò al suo alleato Edoardo, detto il Principe Nero, principe di Galles ed erede della corona d’Inghilterra e da Edoardo in poi la gemma appartiene alla corona inglese ed è stata usata in tutte le cerimonie d’incoronazione a partire da quella di Riccardo II nel 1377.

Non ne è mai stato perso il controllo fuorché per un breve periodo tra 1649 (quando, giustiziato Carlo I e proclamata la repubblica, la corona fu venduta per 15 sterline assieme agli altri gioielli reali) e 1660, quando la gemma fu ricomprata e usata nella nuova corona preparata per Carlo II, re d’Inghilterra e di Scozia. Dal 1838 in poi la gemma è stabilmente inserita, incastonata in oro, in una croce di Malta tempestata di brillanti situata sul fronte della corona preparata apposta per l’incoronazione di Vittoria (Imperial State Crown).

Il “rubino del Principe Nero” però non è un rubino, ma uno spinello di colore rosso-arancio tagliato à cabochon irregolare, a partire da un pezzo di un monocristallo di ottaedro, in cui sono tuttora riconoscibili le tre facce di una terminazione, anche se smussate dall’arrotondamento generale, che è in parte artificiale, ma in parte anche dovuto ad un trasporto fluviale. L’interno della gemma presenta inclusioni biancastre, mentre altri difetti visibili sono dovuti all’uso: vari graffi e quattro fori, di cui uno passante, paralleli alla lunghezza, e due più sottili trasversali che intersecano il foro passante. Questo spinello rosso proviene, con ogni probabilità, dall’Afghanistan, forse dalla miniera di Kukhi-lal, sulla riva sinistra del fiume Piandz, che era stata visitata da Marco Polo.

Un vero rubino, cioè un corindone di un bellissimo colore rosso, enorme (250 ct), anch’esso tagliato à cabochon molto irregolare e con vari difetti interni (“seta”, soprattutto) è al centro della corona che il re di Boemia e imperatore di Germania Carlo IV donò nel 1346 a San Venceslao, facendola porre sulla testa del reliquario che nella cattedrale di Praga contiene il cranio del santo. Carlo IV proclamò che la corona lì doveva sempre restare, fuorché il giorno stesso dell’incoronazione dei nuovi re, quando poteva essere usata, a condizione che tornasse al suo posto prima di notte.
Così non accadde, in realtà: la corona fu spesso spostata, durante le guerre religiose che sconvolsero la Boemia e la Germania, ma non andò mai molto lontana da Praga. Soprattutto: la corona non fu mai smontata, come accadde ad altri gioielli storici, e le gemme che contiene (zaffiri, rubini, balasci, ecc. a profusione) non sono mai state sostituite. Quindi dal 1346 il rubino centrale è lì, testimonianza del fatto che rubini birmani autentici e bellissimi arrivavano allora in Europa.
Ma attraverso quali paesi e come li si riconosceva dai balasci, fermo restandone il colore?
Qui la storia della scienza ci aiuta.
All’inizio del XII secolo lo scienziato arabo al-Khāzinī inventò quella che egli chiamò “la bilancia della saggezza” e l’applicò a varie pietre preziose per controllare sperimentalmente le osservazioni qualitative sul peso specifico che oltre mezzo secolo prima aveva fatto lo scienziato persiano al-Birūnī (973-1048).
Scoprì così che le pietre rosse del suo sultano erano di due tipi: pesanti e leggere, e dimostrò che potevano essere distinte. Il corindone, infatti, ha un peso specifico ca. 4, mentre il balascio lo ha ca. 3,6 e la bilancia di al-Khāzinī era sufficientemente accurata da distinguerli.
Non sappiamo quando e come questo risultato della scienza islamica nel periodo del suo massimo splendore sia arrivato in Europa dal lontano Afghānistān; certo è che già verso la metà del XI secolo e sempre più nel XII si cominciò ad abbandonare il nome latino carbunculus e ad usare due nomi diversi per i rubini e i balasci.

Scritto da: Annibale Mottana
Tratto da: Rivista Gemmologica Italiana 3/2007

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