Vendita Gemme Preziose

Scienza e Curiosità - Il termine "diamante"

Delle gemme più importanti, il diamante è quella entrata nel gusto europeo per ultima e, forse proprio per questo, lo ha cambiato in modo permanente: dal trarre piacere del bel colore rosso o azzurro della pietra a quello di restare incantati dai suoi effetti di luce: il fuoco.
Intanto cambiava anche il significato del termine diamante, che è il nome che si dà al minerale e alla pietra grezza e che sta ad indicare il polimorfo cubico di alta pressione del carbonio nativo, e nasceva un nuovo termine, brillante, che è quello che si applica alla pietra dopo che è stata tagliata e che, meglio di ogni altro nome, esprime l’eccezionale gioco di luce che essa acquista, appunto grazie al taglio secondo superfici geometriche predeterminate.

In italiano, la prima testimonianza scritta della parola diamante è, come per il rubino, quella di uno dei primi, se non proprio il primissimo, tra i nostri poeti: Giacomo da Lentini (documentato tra 1233 e 1240).
Mi piace qui riportare l’inizio del suo sonetto XI, perché è una testimonianza importante del grande apprezzamento che si aveva per le gemme in Sicilia e, di conseguenza, alla corte dell’imperatore Federico II di Svevia, che era mezzo tedesco e mezzo siciliano (per parte di madre). Egli era un grande raccoglitore di gemme ed è stato il personaggio che più di tutti ha contribuito a diffondere quella cultura, basata sull’amore per le cose belle dell’antichità classica, che, nata in Italia, porterà pian piano alla diffusione in Europa dell’Umanesimo prima, e poi al Rinascimento.

Il sonetto comincia così:
[D]iamante, né smiraldo, né zafiro,
né vernul’altra gem[m]a prezïosa,
topazo, né giaquinto, né rubino,
né aritropia, ch’è sì vertudiosa,
né l’amatisto, né ‘l carbonchio fino,
lo qual è molto risprendente cosa,
non àno tante bel[l]eze in domino
quant’à in sé la mia donna amorosa.

Questi otto versi sono in una lingua che è indubbiamente antiquata e difficile, ma sono cruciali per capire l’ordine dei valori che si dava allora alle gemme. Non parlo qui soltanto del loro valore venale, quanto piuttosto del loro valore spirituale in termini di virtù, poteri, meriti, qualità, purezza: tutte caratteristiche dello spirito che si riflettono – secondo il poeta – anche sulla bellezza fisica della donna oggetto del suo amore.
Il diamante è messo per primo non perché all’epoca fosse la gemma che costava di più, ma perché gli veniva attribuito il potere di aumentare qualità personali come la purezza, la fedeltà e la virtù: qualità che un innamorato vuole vedere nella sua bella e che lo portano a percepire nella sua bellezza un grande bene da tutelare.
L’amore è cieco – si dice – e quindi non dobbiamo sorridere delle strane idee di Giacomo da Lentini e di qualsiasi altro innamorato. Non si usa forse ancor ora donare all’oggetto del proprio amore un diamante o un brillante, nell’illusione che l’amore duri poi per sempre?
Nel Medioevo la superstizione era più ampia e diffusa di adesso e non c’è quindi da meravigliarsi se al diamante erano attribuite varie altre caratteristiche che ai nostri occhi di uomini moderni sono del tutto risibili: va in mille pezzi se lo si bagna col sangue di un caprone appena sgozzato (!), ma è talmente duro che non solo può entrare tutt’intero senza deformarsi in un blocco di piombo, se lo si batte col martello (!!), e non si rompe neppure se al blocco di piombo sostituiamo un’incudine di ferro (!!!).
Da questo rapporto antitetico tra diamante e ferro, le due sostanze più dure conosciute nell’antichità, era nata anche una stranissima credenza che lega diamante e magnete, e che ha avuto a che fare anche con i loro nomi (in francese aimant è la nostra calamita).

Torniamo allora al nome. Diamante, in italiano, è una distorsione del nome originale greco: adámas (questo è il nominativo, ma, come spesso succede per i nomi latini e greci, il nome in italiano ci viene dal genitivo: adamántos). Questo termine significa “indomabile” e ha chiaramente a che fare con la durezza altissima della pietra.
Il primo che lo usa è Platone (morto nel 347 a.C.), ma con un significato completamente diverso: un grumo durissimo di metallo nero che rimane sul fondo del crogiolo quando si raffina la polvere d’oro. Probabilmente erano impurezze metalliche contenute nell’oro alluvionale (alcuni pensano a ferro, ma io penso piuttosto che si trattasse di una lega di nichelio, platino e platinoidi, perché allora gran parte dell’oro in polvere arrivava in Grecia dalla Russia meridionale, dai fiumi che scendono dagli Urali, dove ci sono appunto giacimenti di nichelio e platino – scoperti però nel XVIII sec. d.C.).
Già Aristotele (morto nel 322 a.C.), che era stato allievo di Platone, cambiò il significato alla parola greca: per lui il diamante è una pietra durissima. Quando poi Teofrasto (morto nel 287 a.C.), allievo di Aristotele, precisò che si tratta di una pietra incombustibile, delimitata da facce piane, talvolta a forma d’esagono, è chiaro che egli non aveva più in mente un grumo metallico, ma un qualcosa che assomiglia al nostro diamante (ma non lo era: probabilmente pensava a un leucozaffiro, che ha, appunto, la base esagonale ed è, tra le pietre trasparenti, una delle più dure).
L’opinione di Teofrasto ha creato più confusione che chiarezza: tutte le pietre dure e trasparenti con facce piane, in un momento o nell’altro dei 2300 anni trascorsi da allora, sono state prese per diamanti, tanto è vero che Plinio, che riassume tutta la scienza antica greca e romana scrivendo nel 77 d.C., fu costretto a descrivere sotto questo nome ben sei diversi tipi di pietre, di cui però solo una (quella che egli chiama “diamante indiano”) presenta le caratteristiche del nostro diamante.

Torniamo dunque al nome della nostra pietra e vediamo di capire come da “adamanto” sia venuto “diamante”. Sicuramente non si tratta di quella che si suole chiamare una “voce dotta”, cioè derivata direttamente dal greco o dal latino grazie a qualche uomo di cultura che conosceva queste lingue.
Che ce ne fossero, e che fossero interessati ai diamanti, lo testimoniano vocaboli come “adamantino”, che è l’aggettivo con cui si definisce la lucentezza più elevata possibile nei mezzi trasparenti, e che è riferito in italiano però solo a partire dal Petrarca (prima del 1374: quasi un secolo e mezzo dopo Giacomo da Lentini), un poeta che di latino se ne intendeva!

Il passaggio dall’iniziale adam- al nostro diam- non si spiega se non si ammette che ci sia stata una qualche confusione nel basso-latino, quel latino parlato dal popolo in Europa tra il V e il IX secolo d.C. che progressivamente si stava trasformando nelle diverse lingue romanze (i “volgari”). Ci sono linguisti che sostengono che il cambiamento sia avvenuto per il tramite di un termine storpiato come adimante* (l’asterisco, in filologia, sta ad indicare che non ne esiste una testimonianza scritta), altri che invece pensano che ci sia stata una malintesa convergenza con “diafano”, cioè trasparente, che è proprio una delle caratteristiche fisiche principali del diamante. In italiano l’aggettivo “diafano” è attestato per primo da Dante nell’Inferno (scritto tra il 1304 e il 1308), senza però riferimento al diamante, che nel poema non figura mai, anche se Dante doveva conoscere la gemma, non solo perché questa a Firenze nel Trecento era un oggetto di commercio, ma anche perché egli era un profondo conoscitore dei poeti in “volgare” che l’avevano preceduto tra cui, come abbiamo visto, proprio Giacomo da Lentini. E allora?
Io ho una mia opinione personale, e la comunico, perché è plausibile nella sua motivazione gemmologica, anche se non sarà gradita dai linguisti professionisti.

Il mercato più importante per le gemme dal X al XVII secolo

Il mercato più importante per le gemme dal X al XVII secolo
Il mercato più importante per le gemme dal X al XVII secolo, cioè per tutto il basso Medioevo, il Rinascimento, il Barocco e anche un po’ più tardi, fu Venezia.

Qui finiva, via mare, la “via della seta”, che portava vari materiali di lusso dalla Cina in Europa passando per Costantinopoli.

Qui finiva anche la “via delle spezie”, meno nota ma altrettanto importante, che dall’India, passando per il Mar Rosso e Alessandria d’Egitto, faceva arrivare in Europa, oltre alle spezie, le pietre preziose.
Ce lo testimonia Marco Polo, che nel suo viaggio di ritorno dalla Cina, nel 1295, volle passare là dove sapeva di trovare le miniere di pietre preziose. Egli parla dell’India meridionale (più esattamente di un regno che chiama Mutfili, che corrisponde alla regione di Madras) come luogo dove si trovano i diamanti.
Era a Venezia che tutti gli oggetti di lusso venivano portati, scaricati, trattati e infine rispediti verso l’Europa, ancora un po’ arretrata come economia, ma piena di voglia di esibire la propria ricchezza derivante da una florida agricoltura. Venezia era allora una città molto internazionale, dove tutti parlavano parecchie lingue.

Un patrizio veneziano, in particolare, soleva passare per lo meno un 20 anni della sua gioventù in oriente a commerciare, soprattutto a Costantinopoli dove lingua d’uso era, accanto al greco, la “lingua franca”: un misto di veneziano, francese, genovese e greco infarcito di parole e assonanze con altre lingue orientali. Fatti i soldi, il patrizio tornava in patria, metteva su famiglia e si dava alla politica, all’amministrazione dello stato e anche a redigere resoconti delle sue esperienze commerciali. Per questo ultimo scopo utilizzava una lingua ibrida, ma un po’ meno mescolata di quella franca: il cosiddetto “franco-veneto”. Niente di strano se, nel suo continuo passare dal dialetto veneziano puro come si parlava in casa alla lingua franca o al bizantino del fondaco, il nostro mercante si trovava a mescolare adamante con diafano: la caratteristica principale di un diamante di valore non era forse di presentarsi trasparente, oltre che durissimo? Niente di improbabile, pure, se il nome dialettale veneziano, così comune tra i mercanti, è passato all’italiano: Dante stesso non trae forse “arzanà” (= arsenale) dall’uso di Venezia?


Scritto da: Annibale Mottana
Tratto da: Rivista Gemmologica Italiana 4/2007

Articoli correlati